«Là fuori» disse Joseph K. «c'è l'Africa, là fuori c'è l'oscurità in attesa di.... triturarci tutti. Là fuori il fiume Congo è un serpente pericolosamente arrotolato, con la testa nel mare e il corpo in un inferno di febbri, e se c'è un senso nel consacrare questo viaggio all'integrazione di realtà diverse, è soltanto perché là fuori non ci sono linee ben definite. Là fuori c'è solo il grande oblio. Sì, è nell'incontro con questa nerezza che nella nostra anima vengono strappate alcune strisce, e dalle ferite, per alcuni di noi, sgorga la coscienza di chi siamo e la coscienza che la solitudine in un certo senso fa parte dell'esistenza, che viviamo come sogniamo, ovvero completamente soli.» (Peter Hoeg)
Ho visto il demone della violenza, il demone della cupidigia, e il demone della bramosia bruciante; ma per gli dei!, erano demoni forti, vigorosi, dagli occhi ardenti, che scuotevano e trascinavano uomini - uomini, dico. Ma mentre ero su quella collina, previdi che nel sole accecante di quella terra avrei conosciuto un demone floscio, pretenzioso, dagli occhi smorti, di una follia rapace e spietata. (Joseph Conrad)
Renato restò immobile qualche attimo nel cortile di ingresso del padiglione del San Michele. Gli parve ancora una volta che il cortile del padiglione "C", costruito negli anni '30, richiamasse vagamente nella struttura delle volte e nei disegni del pavimento il museo di Attanasio Kircher al Collegio Romano. Una generica sensazione di antropologismi improvvisati e di sincretismi religiosi d'accatto che gli era stata di conforto nel corso di quei tre mesi di lavoro presso il centro emergenza freddo. Il lavoro era finito da una settimana. Precisamente da quando, alla scadenza prevista, l'ente pubblico preposto aveva smontato letti e armadi, computer e scrivanie, lasciando i rifugiati afghani in mezzo alla strada. Un'associazione di volontari aveva provato a organizzare un resistenza. Per qualche settimana erano riusciti a resistere nel padiglione. Ma ormai la direzione del San Michele aveva parlato chiaro: non erano più disposti a tenerli. Aveva quell'appuntamento con Mohamed fissato da qualche giorno. Ne avrebbe approfittato anche per comunicargli che la settimana seguente sarebbe venuta la polizia a cacciarli dal centro.
«Siedi pure, sahib.»
Renato pensò che quell'espressione affettuosa e confidenziale, quel "sahib", che in persiano vuol dire "amico" e che fino al giorno prima aveva sentito solo sulla bocca degli hazara, stesse ad indicare un'intesa che ormai andava oltre qualsiasi razza o identità tribale o etnica. Un pashtun che esprime in "farsi" la sua amicizia dimostra di voler superare molti degli antichi steccati e pregiudizi etnici. Renato non conosceva né il farsi né il pashto, ma aveva dovuto imparare a riconoscerne le parole principali. Dare il buon giorno in "farsi" a un afghano di etnia pashtun poteva essere sconveniente.
«Nazionalità umana, nevvero?» chiese soridendo mentre si toglieva le scarpe per accovacciarsi sulla coperta grigia distesa sul pavimento.
«Yes, of course» rispose Mohammed mentre riempiva due tazze di tè, proprio quel "chai" forte e nero che aveva ricevuto da Kabul qualche settimana prima e che amava servire bollente e carico di zucchero.
Bevvero un lungo sorso fissandosi reciprocamente con serena attenzione. Renato fece qualche rapido cenno di apprezzamento del té con la testa, poi si appoggiò con la schiena al muro e disse quel che doveva dire: «Tra qualche giorno vi manderanno via, Mohamed.»
«L'avevo capito, sahib agha.» L'aggiunta di "agha" a sahib indicava che la stima e l'amicizia di Mohamed non venivano meno nonostante quel che stava accadendo.
Dei rifugiati afghani che aveva conosciuto in quei tre mesi di lavoro all'emergenza freddo ciò che l'aveva più colpito era questa loro dignità solenne, quasi ieratica. Il "namus" l'orgoglio pashtun, era letteralmente mortificato dall'inospitalità degli indigeni, dall'arroganza degli italiani. Ma proprio per questo, nobili di una nobiltà del tutto illeggibile all'umanità volgare e frenetica della metropoli, gli afghani si sforzavano di non dare minimamente a vedere il loro disagio e il loro imbarazzo. In questo Hazara e Tagichi non erano diversi dai Pashtun. In un certo senso, per tutti loro era più dolorosa l'umiliazione di essere cacciati in quel modo che la tragedia di dover dormire in strada.
Mohamed capì i pensieri dell'amico e sospirò un tenue «Mashallà» che a Renato suonò come una sorta di "tira a campà" consolatorio, nemmeno fosse Mohamed a dover consolare lui e non viceversa. Mashallà: "Così ha voluto il Signore".
In quei mesi di lavoro al Centro d'accoglienza Renato aveva dato prova di grande equilibrio, conquistando la loro fiducia soprattutto nei momenti difficili, bilanciando sapientemente intelligenza e cuore. Ma adesso l'empatia iniziò a sembrargli una trappola. Il guaio era che mentre Mohamed faceva di tutto per nascondergli il suo malumore, lui, Renato, riteneva invece di avere il diritto/dovere di fare esplodere quello che da giorni stava covando nella sua testa. E tanto più l'amico afghano minimizzava, tanto più lui imbufaliva.
«Vuoi sapere una cosa, Mohamed ? Beh, io mi vergogno ! Mi piacerebbe poter dire che non sono italiano, che sono un'altra cosa, "un cittadino del mondo" o balle del genere. Mi piacerebbe dire che la colpa è del governo o del testa di manzo che abbiamo come sindaco. Ma la verità è un'altra. Mi piaccia o no io sono italiano, r-o-m-a-n-o, Mohamed.»
Stava urlando: «Io sono responsabile come tutti di quello che sta accadendo a voi rifugiati. E tu avresti il sacrosanto diritto di insultarmi e sputarmi addosso. Altro che Mashallà!».
La risposta di Mohamed fu tanto pacata quanto difficilmente prevedibile. Fissò a lungo il suo tè, come se cercasse di vedere sul fondo la forma esatta dei suoi pensieri. Poi alzò gli occhi verso Renato atteggiando un sorriso mesto: «A volte mi chiedo anch'io che razza di uomini siete. In questi mesi, fin quando c'è stata l'emergenza freddo, c'erano alcune persone che mi chiavano "fratello". Bene: quando è finito il finanziamento, passati i tre mesi previsti dall'emergenza freddo, tutte le persone che lavoravano qui, compresi i cosiddetti volontari della Croce Rossa, sono andate via. Ho perso i miei fratelli?
Solo tu sei tornato. E proprio a te dovrei sputare? Ma, in questo comportamento, non lo nego, c'è qualcosa di difficile da comprendere per noi. E' un po' come se la vostra amicizia seguisse un andamento a tempo, un po' come se fosse un lavoro a scadenza.
Io non dubito del fatto che la vostra costituzione prevede che i rifugiati siano accolti. Ma non mi sento in diritto di strillare per questo. Non chiedermi di fare una barricata per questo motivo. E' la "vostra" costituzione. Cerca di intendermi, Sahib. Non ti sputerei mai per il fatto che il tuo paese non mi da un tetto per dormire, come ospite e come afghano, proprio non potrei farlo. Se devo essere sincero fino in fondo forse una persona che smette di considerarmi suo amico appena termina il suo contratto di lavoro a tempo determinato mi fa un po' impressione, ma non le sputerei per questo, no».
Fu a quel punto che Mohamed estrasse il pacco di fogli che Renato gli aveva portato la settimana precedente. Un paio di centinaia di cartelle stampate con una laser. Il titolo: "American Nightmare". L'autore: "Sbancor". Poggiò una mano sul fascio di fogli mentre con l'altra scuoteva dolcemente la tazza di tè.
«Ho letto con attenzione,Sahib Agha. Il tuo amico vedeva molto lontano. Non mi stupisce che sia morto in circostanze poco chiare. Sul mio paese aveva capito l'essenziale. Naturalmente come musulmano non posso condividere tutto quello che ha scritto.
Ma, ecco: c'è qualcosa di questo scrittore che sento molto vicino ma che riesco appena a intuire. Vorrei chiederti sahib, cos'era davvero per lui l'orrore ? Chi era veramente Kurtz?»
Renato sentì un vago senso di vertigine. Era come se Mohamed gli stesse porgendo la chiave per aprire uno scrigno che lui non aveva mai pensato seriamente di aprire: lo scrigno di Sbancor. E tutto per rispondere a quella maledetta domanda: "che razza d'uomini siete?".
Adriano Sofri, qualche settimana prima, aveva realizzato un suo personalissimo riadattamento poetico di "se questo è un uomo" di Primo Levi. E qualcuno aveva appeso un foglio con la poesia di Sofri all'ingresso del centro di accoglienza. Cominciava così:
Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d´asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni (...)
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d´asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni (...)
Mentre cercava di scorrerla mentalmente Renato capì che Mohamed in realtà aveva rovesciato del tutto quella domanda: "Che uomini siete?" chiedeva. Ben altra questione.
E non era forse questa la domanda che Sbancor aveva riproposto ogni giorno con pacata insistenza negli ultimi anni della sua vita? Quella domanda così orgogliosa, fiera gli diveniva finalmente intelligibile attraverso il codice pashtun, attraverso il "namus": «Di nuovo, considerate di nuovo se VOI siete uomini...».
Che in realtà voleva dire: considerate (uomini o donne che siate) se siete "umani". Se potete ritenervi tali.
Mohamed non conosceva Joseph Conrad, come del resto Renato non aveva mai conosciuto Rumi. Ma quando, mesi addietro, Mohamed gli aveva spiegato Rumi e il sufismo, si erano presi tutto il tempo di cui avevano bisogno. Renato, su cui era discesa una calma olimpica, iniziò a parlare lentamente scandendo le parole meglio che poteva:
«Kurtz è un personaggio di un famosissimo romanzo, "Cuore di tenebra", di un grandissimo scrittore, Joseph Conrad. Sei stato abile nel cogliere l'importanza che questo romanzo ha avuto nella vita e nel pensiero di Sbancor. E' citato più volte nei suoi libri, compare, quasi immancabilmente, nei suoi scritti pubblicati in rete, anche nell'ultimo. Mi dici che ti piacerebbe capire per quale motivo Sbancor abbia tanto insistito su quel personaggio. Me lo sono chiesto anch'io e posso provare a dare un primo abbozzo di risposta.
Conrad passò la gioventù sulle navi, diventando un abilissimo marinaio. "Cuore di tenebra" è il racconto di un viaggio di esplorazione nell'Africa profonda alla fine dell'Ottocento.
Il protagonista del racconto affronta il viaggio da uomo di mare, alla guida di un battello belga che risale il fiume Congo. In quel viaggio incontra gli uomini delle compagnie commerciali, i trafficanti di avorio, gli avventurieri. Kurtz, tra le personalità di spicco di quell'avventura coloniale era l'uomo che si era spinto più avanti nell'esplorazione. Aveva costruito una sorta di piccolo impero personale muovendosi con abilità e intelligenza. Il racconto è imbevuto dell'attesa e della speranza del protagonista di raggiungere Kurtz: l'uomo che deteneva la verità profonda e segreta del colonialismo belga nell'Africa Centrale. Ebbene: quando il protagonista del racconto giunge alla stazione in cui viveva Kurtz lo trova morente. Riesce però a cogliere le sue ultime parole: "l'orrore !!"
Ora arriviamo al punto difficile del ragionamento, Mohamed. Cos'era l'orrore ? Cosa intendeva per "orrore" Joseph Conrad ? Cosa aveva visto Kurtz ? Non erano solo le ingiustizie del colonialismo, lo sfruttamento degli schiavi, le violenze. L'orrore era la pretesa che tutto questo avesse una giustificazione morale, che avvenisse, per così dire, "nel segno del bene". Conrad aveva orrore delle guerre umanitarie, della doppiezza morale con cui si mandavano le persone ad uccidere e si continuava a fingere di operare nel nome del progresso. Questo stesso orrore, a un certo punto della sua vita, ha attanagliato Sbancor. C'è di più. Conrad, proprio come Sbancor, inorridiva di fronte a un determinato tipo di uomo, che somiglia terribilmente al tipico uomo politico occidentale: all'allievo delle Business School o delle Scuole di Pubblica Amministrazione. Kurtz era l'antesignano di tipi di questo genere: scriveva saggi sull'educazione dei "primitivi" mentre gli spezzava la schiena a furia di carichi d'avorio. Intendiamoci mohamed: quando dico uomo intendo essere umano, maschio o femmina che sia. So bene che non ti piace, ma ti ci devi abituare.»
Mohamed sorrise amaramente «Anche da noi sono i fiumi le vene aperte della nostra terra, e perdono sangue ogni giorno. Pakistan e Iran sfruttano le nostre risorse esattamente come i vostri coloni sfruttavano quelle dell'Africa. L'orrore, purtroppo, non è una vostra esclusiva, sahib.»
«Certo, Mohamed. E se è per questo anche la vostra gente ha una responsabilità terribile per come si è comportata con gli hazara nel corso dei secoli. Ma l'orrore di cui parla Conrad non sta solo nello sfruttamento o nell'odio, ma nel calcolo che si abbarbica dietro all'odio e riesce a farlo crescere per ricavarne nuove forme di sfruttamento. Il gioco dei piccoli mercanti d'armi, solo per fare un esempio».
Scorse i fogli del libro di Sbancor fino a trovare un punto: «Leggi qui» disse indicando con il dito. L'afghano lesse ad alta voce quelle poche righe: «C'è qualcosa di perverso però, qualcosa che rimanda verso l'"orrore" perché resuscita e usa qualcosa che proviene dalla parte non umana dell'uomo. Qualcosa di arcaico e di terribile. Qualcosa che la nostra "civilizzazione" ha tentato da sempre di segregare. Questo "lato nero" della geopolitica proviene in via diretta dalle scuole di etnologia della CIA. Sono le identità di sangue, le etnie, che marchiano la terra di confini labili ma pericolosi.»
Mohamed, contrariamente a ciò che temeva Renato, lasciò che le parole di Sbancor lo attraversassero. Era un pashtun sunnita e come tale non gradiva che venissero intaccate la sua identità etnica e le sue tradizioni. Ma cominciava a sospettare che il suo orgoglio identitario era un comodo punto d'appoggio per i faccendieri dell'orrore, per uomini capaci di scatenare faide interminabili al solo scopo di vendere fucili mitragliatori o di appropriarsi di qualche tonnellata d'oppio. E questo era solo il livello più basso e visibile dell'orrore: c'erano livelli più alti e più complessi, difficilissimi da individuare ai comuni mortali e legati alle rotte delle risorse energetiche, le grandi pipeline, alla geopolitica delle grandi potenze e a quella delle economie emergenti. Questo era il territorio in cui si muovevano le analisi di Sbancor.
«Per Sbancor» riprese Renato «le cose erano assai più difficili che per Conrad. Lui non era un marinaio, lavorava nell'alta finanza ed era un analista geoconomico di professione. L'orrore lo leggeva in punti percentuali sui grafici. Le domande che per lavoro doveva porsi per capire chi avesse interesse a far scoppiare quella guerra o ad organizzare quell'attentato, erano diventate per lui domande di carattere etico e politico.
Probabilmente l'orrore per lui era soprattutto l'uso strategico della asimmetria delle conoscenze. Già Kurtz nel racconto di Conrad aveva abilmente approfittato delle sue conoscenze e della sua abilità nelle relazioni con gli indigeni per farsi venerare da quella gente come una specie di divinità. E mentre quelli lo veneravano lui mandava tonnellate di avorio verso l'Europa. A distanza di centoventi anni dai viaggi di Conrad sul Roi des Belges l'asimmetria nella conoscenze rimane una delle chiavi privilegiate per interpretare i fenomeni di sfruttamento che proliferano sulla superficie del pianeta. Nelle università finanziate dagli industriali dominano concetti come quello di "teoria della razionalità limitata" che gratta gratta altro non sono che modelli teorici del raggiro e dello sfruttamento su scala planetaria. Parlare di razionalità limitata (Simon) o di informazioni parziali (Hayek) significa parlare di asimmetria nelle conoscenze e dei vantaggi che ne possono derivare.
Lo chiamano "libero mercato" ma in effetti da quando gli olandesi riuscirono a farsi dare l'isola di Manhattan per pochi dollari di cianfrusaglie dagli indiani, il confine tra libero scambio e imbroglio tecnicamente e scientificamente organizzato è divenuto sempre più sottile e quasi impalpabile. Anche questo è l'orrore, lo era per Conrad come per Sbancor.»
«Pensi l'abbiano ucciso, sahib ?»
«Non lo so. Ma per tornare alla tua domanda principale, bachem: lui era un uomo. Meglio: era umano. Quanto a noialtri qui, francamente non lo so. Me lo chiedo da diverso tempo anch'io....».
La sera era scesa sul centro d'accoglienza e i rifugiati, appena saputo del prossimo sgombero, avevano cominciato a ritirare dai loro armadietti gli effetti personali. A dispetto di ogni intenzione Renato e Mohamed non si sarebbero incontrati più. Ma "American Nightmare", qualche giorno dopo, prese la rotta per Kabul.
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